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Il problema dei film prodotti da Netflix secondo Lulu Wang (che ha ragione da vendere)

Nel corso degli ultimi anni Netflix ha acquistato un'indubbia rilevanza per quel che riguarda la produzione di pellicole destinate a ottenere attenzioni e soddisfazioni in quella che addetti ai lavori e appassionati chiamano "la stagione dei premi". La regista di The Farwell Lulu Wang ha espresso però un certo scetticismo, per così dire, verso le strategie produttive del colosso dello streaming.

E lo ha fatto confermando, di fatto, quelle che sono le mie opinioni di "analista del settore" (metto tra virgolette, sennò sembra che mi prendo troppo sul serio e non è carino), idee che spesso discuto in una chat su WhatsApp in compagnia del mio editore su BadTaste, Andrea Francesco Berni, e di uno dei nostri due critici, Gabriele Niola. Lo so, siamo persone tristi. Per lavoro parliamo di cinema e nel tempo libero continuiamo a parlare di cinema.

In una interessantissima roundtable di quelle che solo testate americane intimamente legate all'industria possono fare, in questo caso parlo dell'Hollywood Reporter, Lulu Wang, regista e sceneggiatrice cinese naturalizzata americana, fa un lucidissimo ragionamento e mette una serie di "puntini sulle i" che la differenziano dagli altri colleghi seduti alla stessa tavola. Soprattutto quelli che come Martin Scorsese, Noah Baumbach e Fernando Meirelles sono sotto l'occhio dei riflettori grazie a dei lungometraggi prodotti dal gigante dello streaming.

La regista s'inserisce nel discorso sulla "democraticità di Netflix" fatto da Baumbach spiegando (a partire dal quinto minuto, secondo più secondo meno) che la realtà per lei è ben diversa:

La mia prospettiva, sulla questione dello streaming, degli studios indipendenti e dei grandi studios, è leggermente differente. Onestamente, non mi troverei seduta insieme a voi a questo tavolo se non avessi ricevuto il supporto della nostra piccola realtà indipendente, dopo l'offerta ricevuta dalla A24 al Sundance e quella doppia inoltrataci da una piattaforma streaming. I finanziatori e i produttori del film mi hanno presa per pazza perché puntavano a ottenere più soldi, ma io mi sono impuntata perché non era solo una questione economica. Non si parla molto di come il modello di business di queste piattaforme non sia basato sul ritorno commerciale di un prodotto, ma sulla costruzione del loro brand. Quando sei un filmmaker affermato sei tu stesso un brand. Con cui vogliono allearsi per rafforzare il loro. I giovani registi non hanno questa visibilità ed è una cosa che ho imparato con la mia esperienza personale, portando il film in sala per settimane e settimane, un'opera che è in tutto e per tutto americana, ma per l'80% in mandarino con i sottotitoli. Era importante portarlo in sala in quanto film sinoamericano, con un cast interamente asiatico al centro di una storia americana che doveva essere percepita come tale.

Piazzare The Farewell su Netflix per una cifra doppia rispetto a quella sborsata dalla sempre attenta A24 per il film non le avrebbe garantito di lavorare sul suo brand.

Per quel che mi riguarda, Lulu Wang ha spiegato in maniera limpida e lineare tutto ciò che "non va" col modello di Netflix che, nonostante le cornucopie produttive che offre, tende a garantire effettivi benefici di prestigio e visibilità a chi di cognome fa Cuaròn, Scorsese o Baumbach. E che in sala, in un modo o nell'altro, ci arriva in ogni caso. Magari "solo" nel circuiti d'essai delle sale indipendenti perché il giorno in cui le associazioni degli esercenti e Netflix giungeranno a un compromesso è probabilmente ancora lontano, però ci vanno (parlando del mio orticello, io sono originario di una città, Ancona, culturalmente meno briosa del non-morto Bub del Giorno degli Zombi di George Romero, ma ciò nonostante, fino a qualche giorno fa, Marriage Story era ancora al cinema).

Se The Farewell fosse stato opzionato da Netflix avrebbe ricevuto la stessa spinta data a The Irishman, Marriage Story o I Due Papi? Lungometraggi diretti da registi con dei nomi pesanti e interpretati da gente che di cognome fa De Niro, Pacino, Hopkins, Pryce, Johansson o Driver?

Non ne sono così sicuro. E quanto pare neanche Lulu Wang con la sua consapevolezza dei pericoli dati dal perdersi sugli scaffali di quella videoteca virtuale nota come Netflix.

Ma sono appunto certo che si sarebbe perso nel mucchio senza neanche essere graziato da quelle 48 ore di celebrità virale che una robetta dimenticabilissima come Finché Forse non vi Separi di Ali Wong ha ricevuto su Twitter grazie a Keanu Reeves.

Netflix vuole "solo" ampliare il ventaglio del proprio "volantino" per aumentare gli abbonati (il suo modello di business si basa solo su questo), cooptando registi che, per i motivi più disparati, non sono magari riusciti a giungere a un compromesso con una qualche major (cosa che ad esempio Edward Norton ha fatto col suo Motherless Brooklyn realizzato "con un decimo del budget di The Irishman" anche se poteva venderlo a una qualche piattaforma streaming a una cifra ben più elevata) così da proporli come fiore all'occhiello.

Poi un giorno, magari, vi parlerò in un altro post di come, per me, The Irishman di Martin Scorsese e 6 Undeground di Michael Bay condividano, in un certo modo perverso, delle problematiche analoghe perché Netflix non è una "vera major".

Se ne avrò voglia.

Intanto, qua sotto trovate tutta la roundtable dell'Hollywood Reporter in compagnia di Todd Phillips ('Joker'), Martin Scorsese ('The Irishman'), Lulu Wang ('The Farewell'), Noah Baumbach ('Marriage Story'), Greta Gerwig ('Little Women') e Fernando Meirelles ('The Two Popes')

 

https://www.youtube.com/watch?v=4iLtjMwkOlg

 


Mark Ruffalo "ruba" l'Oscar gigante e parte la Photoshop Battle

L'Oscar per il Miglior Attore non Protagonista è andato a Mark Rylance per l'ottima interpretazione data ne Il Ponte delle Spie anche se chissenefrega per quanto possa essere stato oggettivamente bravo, io tifavo per Sylvester Stallone come ogni individuo con un minimo di sale in zucca.

Fra i nominati c'era anche Mark Ruffalo (per Il Caso Spotlight) che, dopo aver perso, ha deciso di rubare una statua gigante dell'Academy per rimediare al "torto" e di postare l'attimo del furto su Instagram a sempitermo suggello dell'indimenticabile frangente.

ruffalo oscar

Dopo neanche mezzosecondo su Reddit è partita l'immancabile ed esilarante Photoshop Battle. Dopo il salto trovate una selezione delle creazioni più buffe.

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