Oscar 2020

Oscar 2020: 4 cose 4 che era impossibile non notare e che dovevo scrivere per pura FOMO

Circa ventiquattro ore fa sono state rese note le nomination alla prossima Notte degli Oscar 2020 e ho notato "4 cose 4" abbastanza lapalissiane in realtà.

La prima, la più banale nonché quella che, personalmente, condivido meno visto che per me è e resta un film non propriamente definibile come orrendo, ma "furbo" nell'accezione più negativa del termine: Joker pare aver ricevuto "un certo apprezzamento" fra le migliaia di "aventi diritto" che ogni anno eleggono i film in gara (e poi li votano).

La seconda: anche più dello scorso anno, i (tanti) milioni di dollari impiegati da Netflix per assoldare l'award strategist Lisa Taback sono stati soldi spesi bene. Le nomination ricevute da The Irishman, I Due Papi e Marriage Story lo testimoniano anche più di quanto non abbia fatto Roma di Alfonso Cuaròn lo scorso anno. E non fanno altro che corroborare il ragionamento sulle strategie do Netflix fatto da Lulu Wang qualche giorno fa, ragionamento che, come vi ho già spiegato, condivido al 100%.

La terza: le etichette 20Th Century Fox e Fox Searchlight dimostrano di avere ancora un certo peso e ciò potrebbe essere alquanto confortante ora che la major che fu nelle mani di Rupert Murdoch è passata in Disney. Se, da una parte, la Casa di Topolino si è dovuta "accontentare" delle classiche nomination targate Pixar per Toy Story 4, di una per Frozen II, di qualche nomination tecnica per Star Wars: L'Ascesa di Skywalker e Avengers: Endgame e della 52esima nomination per John Williams (il record per una persona ancora in vita, mentre in termini assoluti le 59 di Walt Disney restano ancora imbattute), dall'altra le sei nomination di Jojo Rabbit e le quattro di Le Mans '66 sottolineano la rilevanza che il banner Fox Searchlight può ancora avere e l'importanza di un marchio come quello 20Th Century Fox nella produzione di lungometraggi "vecchio stile" su cui la Disney non sembra più interessata a investire impiegando l'etichetta della casa madre. Spero proprio che le produzioni targate Fox Searchlight possano restare le "osservate speciali" degli Oscar e che, soprattutto, restino opere indirizzate in primis al grande schermo e non direct-to-stream.

La quarta: Parasite di Bong Joon-ho, dopo aver incassato un ragguardevole quantitativo di quattrini qua e là per il mondo (siamo sopra i 130 milioni di dollari), è già la più grande sorpresa di questi Oscar, a prescindere da quanti ne porterà effettivamente a casa.

Ora, come ogni anno, dedicherò le settimane che precedono la Notte degli Oscar a recuperare le pellicole in gara che non ho ancora visto. Questa sera tocca a Piccole Donne di Greta Gerwig.

Su BadTaste, come è giusto che sia, stiamo dando le giuste e dovute attenzioni alla Stagione dei Premi e agli Oscar.

Qua sotto trovate un po' di link degli articoli che abbiamo pubblicato finora.

Trovate il resto nella pagina speciale di BadTaste dedicata agli Oscar.

 


netflix lulu wang

Il problema dei film prodotti da Netflix secondo Lulu Wang (che ha ragione da vendere)

Nel corso degli ultimi anni Netflix ha acquistato un'indubbia rilevanza per quel che riguarda la produzione di pellicole destinate a ottenere attenzioni e soddisfazioni in quella che addetti ai lavori e appassionati chiamano "la stagione dei premi". La regista di The Farwell Lulu Wang ha espresso però un certo scetticismo, per così dire, verso le strategie produttive del colosso dello streaming.

E lo ha fatto confermando, di fatto, quelle che sono le mie opinioni di "analista del settore" (metto tra virgolette, sennò sembra che mi prendo troppo sul serio e non è carino), idee che spesso discuto in una chat su WhatsApp in compagnia del mio editore su BadTaste, Andrea Francesco Berni, e di uno dei nostri due critici, Gabriele Niola. Lo so, siamo persone tristi. Per lavoro parliamo di cinema e nel tempo libero continuiamo a parlare di cinema.

In una interessantissima roundtable di quelle che solo testate americane intimamente legate all'industria possono fare, in questo caso parlo dell'Hollywood Reporter, Lulu Wang, regista e sceneggiatrice cinese naturalizzata americana, fa un lucidissimo ragionamento e mette una serie di "puntini sulle i" che la differenziano dagli altri colleghi seduti alla stessa tavola. Soprattutto quelli che come Martin Scorsese, Noah Baumbach e Fernando Meirelles sono sotto l'occhio dei riflettori grazie a dei lungometraggi prodotti dal gigante dello streaming.

La regista s'inserisce nel discorso sulla "democraticità di Netflix" fatto da Baumbach spiegando (a partire dal quinto minuto, secondo più secondo meno) che la realtà per lei è ben diversa:

La mia prospettiva, sulla questione dello streaming, degli studios indipendenti e dei grandi studios, è leggermente differente. Onestamente, non mi troverei seduta insieme a voi a questo tavolo se non avessi ricevuto il supporto della nostra piccola realtà indipendente, dopo l'offerta ricevuta dalla A24 al Sundance e quella doppia inoltrataci da una piattaforma streaming. I finanziatori e i produttori del film mi hanno presa per pazza perché puntavano a ottenere più soldi, ma io mi sono impuntata perché non era solo una questione economica. Non si parla molto di come il modello di business di queste piattaforme non sia basato sul ritorno commerciale di un prodotto, ma sulla costruzione del loro brand. Quando sei un filmmaker affermato sei tu stesso un brand. Con cui vogliono allearsi per rafforzare il loro. I giovani registi non hanno questa visibilità ed è una cosa che ho imparato con la mia esperienza personale, portando il film in sala per settimane e settimane, un'opera che è in tutto e per tutto americana, ma per l'80% in mandarino con i sottotitoli. Era importante portarlo in sala in quanto film sinoamericano, con un cast interamente asiatico al centro di una storia americana che doveva essere percepita come tale.

Piazzare The Farewell su Netflix per una cifra doppia rispetto a quella sborsata dalla sempre attenta A24 per il film non le avrebbe garantito di lavorare sul suo brand.

Per quel che mi riguarda, Lulu Wang ha spiegato in maniera limpida e lineare tutto ciò che "non va" col modello di Netflix che, nonostante le cornucopie produttive che offre, tende a garantire effettivi benefici di prestigio e visibilità a chi di cognome fa Cuaròn, Scorsese o Baumbach. E che in sala, in un modo o nell'altro, ci arriva in ogni caso. Magari "solo" nel circuiti d'essai delle sale indipendenti perché il giorno in cui le associazioni degli esercenti e Netflix giungeranno a un compromesso è probabilmente ancora lontano, però ci vanno (parlando del mio orticello, io sono originario di una città, Ancona, culturalmente meno briosa del non-morto Bub del Giorno degli Zombi di George Romero, ma ciò nonostante, fino a qualche giorno fa, Marriage Story era ancora al cinema).

Se The Farewell fosse stato opzionato da Netflix avrebbe ricevuto la stessa spinta data a The Irishman, Marriage Story o I Due Papi? Lungometraggi diretti da registi con dei nomi pesanti e interpretati da gente che di cognome fa De Niro, Pacino, Hopkins, Pryce, Johansson o Driver?

Non ne sono così sicuro. E quanto pare neanche Lulu Wang con la sua consapevolezza dei pericoli dati dal perdersi sugli scaffali di quella videoteca virtuale nota come Netflix.

Ma sono appunto certo che si sarebbe perso nel mucchio senza neanche essere graziato da quelle 48 ore di celebrità virale che una robetta dimenticabilissima come Finché Forse non vi Separi di Ali Wong ha ricevuto su Twitter grazie a Keanu Reeves.

Netflix vuole "solo" ampliare il ventaglio del proprio "volantino" per aumentare gli abbonati (il suo modello di business si basa solo su questo), cooptando registi che, per i motivi più disparati, non sono magari riusciti a giungere a un compromesso con una qualche major (cosa che ad esempio Edward Norton ha fatto col suo Motherless Brooklyn realizzato "con un decimo del budget di The Irishman" anche se poteva venderlo a una qualche piattaforma streaming a una cifra ben più elevata) così da proporli come fiore all'occhiello.

Poi un giorno, magari, vi parlerò in un altro post di come, per me, The Irishman di Martin Scorsese e 6 Undeground di Michael Bay condividano, in un certo modo perverso, delle problematiche analoghe perché Netflix non è una "vera major".

Se ne avrò voglia.

Intanto, qua sotto trovate tutta la roundtable dell'Hollywood Reporter in compagnia di Todd Phillips ('Joker'), Martin Scorsese ('The Irishman'), Lulu Wang ('The Farewell'), Noah Baumbach ('Marriage Story'), Greta Gerwig ('Little Women') e Fernando Meirelles ('The Two Popes')

 

https://www.youtube.com/watch?v=4iLtjMwkOlg

 


Star Wars Fandom

Il fandom di Star Wars e la Sindrome del Giardiniere Willie

Nei giorni che hanno accompagnato la release di Star Wars: L'Ascesa di Skywalker in sala e tutti noi abbiamo potuto verificare con i nostri occhi quanto fatto da JJ Abrams e soci, c'è stata la prevedibile esplosione di polemiche, di pareri favorevoli o contrari e, come è giusto che sia in tempi assurdi come questi, di meme.

Che grazie alla loro capacità di sintesi riescono a raccontare la complessità (o l'assurdità) di ciò che ci accade intorno in maniera spesso ficcante.

E con l'affacciarsi nei cinema del nono Star Wars è riapparso online un meme che riadatta perfettamente alla circostanza le ben note considerazioni del giardiniere Willie sugli scozzesi.

Che sono nemici per natura degli altri scozzesi.

Parlo di questo passaggio de I Simpson qua sotto:

 

https://www.youtube.com/watch?v=XpF4QZjNcIw

 

Può essere agilmente riadattato a qualsiasi circostanza, fandom di Star Wars compreso.

 

 

Per quel che mi riguarda, almeno in ambito di "vita online", cerco di interagire il meno possibile con i fan di Star Wars.

E parlo da fan di Star Wars grossomodo dal 1985, anno in cui ogni giorno mi lavavo con estrema soddisfazione i denti col mio spazzolino di Darth Vader. Eppure mi sono cancellato da tutti i gruppi Facebook in cui ero iscritto, posti pieni di gente dove "Mio cugino è amico del fratello dello zio della nonna di uno che lavora alla Lucasfilm e mi ha assicurato che Jar Jar Binks doveva avere un cammeo in Star Wars 9" o dove "Rian Johnson è una marionetta di Soros, la distruzione della saga di Star Wars fa parte del piano Kalergi".

Vade retro.

È impossibile avere delle discussioni sane in contesti del genere ed è un peccato perché, come ho imparato grazie a molti lettori/lettrici di BadTaste e dalle tre Star Wars Celebration cui ho partecipato, amare questo franchise significa realmente far parte di una grande famiglia di allegri e allegre fuori di testa.

 

https://www.instagram.com/p/BwS7YaNJAwR/

 

La qualità principale della "famiglia" di cui faccio parte è realmente quella che ho espresso qualche mese fa quando l'evento di Chicago era ormai giunto al termine.

Il problema è che, online, la minoranza tossica finisce per avere molta più voce in capitolo della maggioranza, di quelle persone che vanno a vedere uno Star Wars amando o detestando il film senza per questo trascorrere giorni, settimane o mesi di tempo sui social attaccando i realizzatori e gli/le interpreti del lungometraggio. Con YouTuber più o meno seguiti che buttano benzina sul fuoco gridano al "buco di trama" ribadendo con questo mantra tutto il loro non capire una fava e il loro essere utili quanto dei "lecca lecca al gusto di me*da", ma questa è un'altra storia e rischerei di divagare.

È un modo di fare che non ha minimamente a che fare con il sacrosanto esercizio di critica (anche accesa) verso qualcosa, un modus operandi che è tutto collegato a quella perversa idea secondo cui una data opera concepita da altre persone vada bene solo ed esclusivamente nel momento in cui va incontro a quelle che erano le nostre aspettative su di essa (un po' quello che accade ai critici cinematografici, amati nei limiti del loro riuscire a confermare o smentire un bias che alberga già nella testa del lettore).

Per quel che mi riguarda, questa Nuova Trilogia di Star Wars è composta da un ottimo rilancio, Il Risveglio della Forza, di cui parlai in maniera molto felice a suo tempo (ecco il MIO SPECIALE su BadTaste), un film grandioso come Gli Ultimi Jedi di Rian Johnson per cui nutrivo e nutro un apprezzamento sempre crescente (ho scritto cose su BadTaste anche sull'Episodio VIII) e un epilogo, L'Ascesa di Skywalker, fatto di spunti interessanti che, col passare del tempo, trovo sempre più trascurabile e affrettato. Mi ha lasciato in bocca quello stesso retrogusto dell'ottava stagione di Game of Thrones, un sapore non particolarmente gradevole dovuto non tanto a quello che la storia mi ha raccontato, quanto dall'esecuzione e dalla messa in scena del tutto. Come ho detto nella live del film, ribadisco che normalmente non metto in discussione quello che un narratore decide di dirmi, ma il come... è un'altra questione.

E comunque, alla fin fine sapete cosa?

Va benissimo così.

Il mio rapporto con la saga di Star Wars non verrà intaccato dall'effetto che questo film ha avuto sul sottoscritto. Santa miseria, sono sopravvissuto alle cacche pestate da Jar Jar Binks, alla storia d'amore fra Padmé e Anakin e a Obi-Wan Kenobi che si ritrova a parlare con un tizio nel posto che vedete qua sotto:

 

Star Wars Diner

 

Ergo, i picchi (o abissi?) di follia che si stanno toccando con The Rise of Skywalker, fra chi è convinto che esista un #JJAbramsCut e chi pensa la Disney abbia deciso di autosabotarsi per fare un dispetto alla Warner Bros e a JJ Abrams in stile "marito che si castra per fare un dispetto alla moglie" (se non ci credete leggete qua), non li trovo compatibili a livello di DNA.

Anzi, archiviata (?) la storia della famiglia Skywalker non posso fare altro che guardare con ottimismo e curiosità all'orizzonte futuro della saga.

Anche se da queste parti devo accontentarmi di un unico sole da ammirare al tramonto...

 


Blockbuster: il meglio degli ultimi 20 anni

Qualche giorno fa, il 31 dicembre del 2019 per l'esattezza, ho pubblicato su BadTaste la classifica, anzi, meglio, la selezione di quelli che per me sono i venti blockbuster più importanti degli ultimi vent'anni.

Il compito non è stato facile per tutta una serie di motivi.

In primis ho dovuto stabilire se fosse corretto applicare il concetto di ventennio a quel lasso di tempo che va dal 2000 al 2019. Mano a mano che questo tipo di "classifiche" è iniziato ad apparire online, qua e là per i social mi è capitato di vedere anche chi si lamentava dell'operazione perché "sbagliata" dal punto di vista matematico. Ora, a prescindere dal fatto che basta usare le dita delle mani per fare il calcolo, trovo che la questione sia stata spiegata in maniera precisa e puntuale da questo pezzo de Il Post che ho linkato anche su BadTaste.

Ovviamente, sulle pagine del sito per cui lavoro, non potevo scrivere che mi sentivo addosso una strana e persistente sensazione di disagio nel linkare Il Post, ma quella è un'altra storia.

Un compito non facile, dicevo.

Nel ripercorrere l'elenco dei film arrivati in sala anno per anno, iter reso ancora più complicato dal fatto che alcune pellicole, in Italia, sono arrivate con dei mesi di ritardo rispetto alla release statunitense, slittando all'anno successivo e andando a rendere anche più affollata la shortlist da cui potevo scegliere un solo e unico esponente, ho effettivamente rivissuto il passaggio da anni in cui i blockbuster erano dei veri e propri eventi - Il Gladiatore, Avatar - a un periodo in cui sono diventati "la prassi" tanto da fagocitarsi spesso a vicenda. La chiave di volta, in tal senso, sono stati i film di Harry Potter prodotti dalla Warner quando Alan Horn era ancora COO dello studio.

Prima che passasse in Disney dando inizio a una serie di annate da record per la Casa di Topolino.

Casualmente, mentre io facevo questo ragionamento fra me e me, Kevin Feige, il boss dei Marvel Studios, durante un'apparizione come ospite a un talk della New York Film Academy, dichiarava senza tanti giri di parole che l'impostazione dei film dell'Universo Cinematografico della Marvel hanno tratto ispirazione proprio dal franchise cinematografico basato sui libri della Rowling. Una serie di pellicole che dovevano essere capite, comprese e gradite anche e soprattutto da chi non aveva dimestichezza con la pagina scritta.

Alla fine, dopo un travaglio di qualche giorno e qualche migliaio di parole digitate sulla qwerty, sono giunto a una conclusione che trovo soddisfacente. Dalla quale ho dovuto necessariamente eliminare i tre capitoli de Il Signore degli Anelli perché erano, sono e resteranno opere inarrivabili che avrebbero vinto troppo facilmente nei rispettivi anni di uscita nei cinema dello stivale.

Se siete curiosi/e di scoprire quali blockbuster ho ritenuto degni di rappresentare gli anni dal 200 al 2019 non dovete fare altro che andare su BadTaste cliccando l'immagine qua sotto [SPOILER ALERT: non c'è The Irishman, ma Scorsese risponde comunque all'appello]

 


Ye Good Ol’ Days: Shining, 1980

Jack Nicholson, Stanley Kubrick e sua figlia.

 

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Ye Good Ol' Days: E.T. l'extra-terrestre, 1982

Steven Spielberg fa il bagnetto all'E.T. di Carlo Rambaldi.

Tanti <3 <3 <3 <3

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Mark Ruffalo "ruba" l'Oscar gigante e parte la Photoshop Battle

L'Oscar per il Miglior Attore non Protagonista è andato a Mark Rylance per l'ottima interpretazione data ne Il Ponte delle Spie anche se chissenefrega per quanto possa essere stato oggettivamente bravo, io tifavo per Sylvester Stallone come ogni individuo con un minimo di sale in zucca.

Fra i nominati c'era anche Mark Ruffalo (per Il Caso Spotlight) che, dopo aver perso, ha deciso di rubare una statua gigante dell'Academy per rimediare al "torto" e di postare l'attimo del furto su Instagram a sempitermo suggello dell'indimenticabile frangente.

ruffalo oscar

Dopo neanche mezzosecondo su Reddit è partita l'immancabile ed esilarante Photoshop Battle. Dopo il salto trovate una selezione delle creazioni più buffe.

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Ye Good Ol’ Days: Il Cavaliere Oscuro, 2008

Un Good Ol' Day più recente.

Il Joker senza il make up.

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Jacob Tremblay sembra il figlio di Daisy Ridley e Adam Driver

Nel novero di una Notte degli Oscar condotta con pochi guizzi da Chris Rock - fortunatamente ci ha pensato la fugace apparizione di Sacha Baron Cohen Ali G a risollevare il tono della satira per qualche decina di secondi - il best of show è stato di sicuro il piccolo Jacob Tremblay, protagonista di Room.

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Ye Good Ol’ Days: Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura

Ho da poco scritto su BadTaste.it una - breve - news sulla scomparsa di George Kennedy.

E così ho deciso aggiungere all'album di Facebook una foto "con dedica" da Una Pallottola Spuntata 2½ - L'odore della paura, che ha sostituito quella che volevo pubblicare inizialmente (ovviamente è rimandata solo a domani).

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